Transat Retour

On Albatros in the North Atlantic, Dec 27 2016. Image credit: R. Casati
On Albatros in the North Atlantic, Dec 27 2016. Image credit: R. Casati

And now for something quite different from my usual post:

Dec 20th, 2016-Jan 5, 2017: Transat Retour!

That is, more than 2100 nautical miles from St. Martin (Caribbeans) to Horta (Açores), on Albatros, one of the celebrated Challenge 67 sailboats (originally designed for racing in the BT Global Challenge) and now a majestic but demanding training boat: no autopilot, no furling jib, no furling mainsail. I was part of a great crew of 5 + captain and second. Totalling about 45 three-hour watches separated by six-hour off duty periods.

Ok: by far the major sport achievement of my life. That’s the “wrong way” and “wrong period” transat. I guess I learned something about piloting and negotiating pretty high waves in moderate to strong winds.

Now writing a report with quite a number of observations on navigation – the topic of my next seminar on Navigation Before GPS.

 

 

And thanks to B, A, N and L for letting me stay for such a long period away from home, without any possibility to communicate.

 

 

Ancora contro natura?

Se si consulta una cartina europea dei diritti civili, si vede che l’Italia ha un colore diverso da quasi tutti gli altri Paesi cui si direbbe che vuole assomigliare, diciamo il gruppo di testa. Sguazza invece nel buco nero della discriminazione, in compagnia di, e li elenco tutti in ordine alfabetico, Albania, Bulgaria, Bielorussia, Bosnia, Cipro, Lettonia, Lituania, Moldavia, Monaco, Montenegro, Polonia, Macedonia, Romania, Russia, San Marino, Serbia, Slovacchia, Turchia, Ucraina e Città del Vaticano. Se dobbiamo parlare di due Europe, o di un’Europa a due velocità, ecco un bel club della cui appartenenza andare tronfiamente compiaciuti. Non me ne voglia l’agenzia pubblicitaria che ha curato per Davos il simpatico video “Italia, uno straordinario luogo comune”, cercando un tantino faticosamente di ribaltare gli stereotipi della pizza e del latin lover: ma mi sarebbe veramente piaciuto vedere come avrebbe trattato la maschia omofobia italiana.

Il libro di Nicla Vassallo, universitaria e intellettuale militante (nonché collaboratrice di queste pagine, N.d.R.) ci regala un nutrito argomentare a favore dell’accesso di coppie same-sex all’istituto del matrimonio. Uno dopo l’altro vengono smontati i molti ingombranti idòla che ostacolano la discussione, dalla pretesa minaccia del matrimonio same-sex nei confronti della sacralità del matrimonio alla finalità procreativa del matrimonio, dalla immutabilità del matrimonio tradizionale alle pretese etiche e addirittura epistemiche di stravaganti paladini dell’eterosessualità (le pagine dedicate a Scruton meritano da sole l’acquisto del libro.) Il titolo del libro permette già qualche semplice riflessione. “Il matrimonio omosessuale è contro natura: Falso!” Chissà, forse basterebbe far notare che il matrimonio di per sé – same-sex o other-sex – è un’istituzione culturale, e come tale si oppone alla natura, e proprio a quella cui si pensa quando si dice “contro natura”. Non è che anche le formiche nel loro piccolo si sposano. Il matrimonio è contro natura, e per fortuna, vien fatto di dire, nel senso che non è questione di accoppiamento e di riproduzione, quanto piuttosto di riconoscimento sociale, di impegno morale, di progetto a lungo termine e di adesione culturale. Quindi chi proclama che il matrimonio same-sex è contro natura ha in mente qualcosa d’altro: pensa che sia l’omosessualità a essere contro natura, e sostiene su questa base che si debba negare il diritto di sposarsi agli omosessuali. Come mostra molto bene Vassallo, nessuna delle due tesi regge a un minimo di riflessione. Da un lato la naturalità ha dei confini assai labili e fortemente permeabili dalla normatività (e chi decide della normatività? Ascoltate: “La poligamia è del tutto naturale, da queste parti!”). D’altro lato l’innaturalità non è di per sé normativa; facciamo tante e tali cose innaturali, come sottoporci a una radioterapia o volare sopra l’Atlantico, senza che ci sfiori il pensiero che queste cose possano essere, per loro natura, escluse dal novero delle cose cui abbiamo diritto. (“Non dovresti volare sopra l’Atlantico: è contro natura!”)

Le ragioni per eliminare l’odiosa discriminazione nei confronti di chi vuole convolare in un quadro same-sex sono tante. In primis, il fatto che la storia mostra che l’emancipazione segue dalla legge, e non viceversa. Perché è vero che l’atteggiamento discriminatorio nei confronti di omosessuali e lesbiche tradisce un pregiudizio; certo. Forse però anche qualcosa di più. Protervia, direi, che si esprime nel piacere assai volgare di poter negare un diritto a qualcuno per il semplice fatto che c’è un istituto legale che finora ha consentito di farlo. Eliminare una cattiva legge significa allora dichiarare la propria opposizione a comportamenti protervi, significa avere e offrire una migliore immagine di noi stessi. Si dirà che chi volesse modulare la costruzione della propria famiglia può scegliere la coppia di fatto – che sia same-sex o etero – nei Paesi in cui c’è questa possibilità. Ma non è che si può dire a omosessuali e lesbiche che loro non possono scegliere tra matrimonio e coppia di fatto, ovvero che la loro sola opzione è la coppia di fatto. Anche questa, seppur di poco più sottile, è discriminazione. Molto semplicemente, il matrimonio è un’istituzione seria, la cui sacralità non può venir infangata e addirittura revocata da una discriminazione insita nel suo cuore.

Il viaggio del sestante

Andare per mare comporta sfide e rischi, ripagate da gioie su cui si innestano altre sfide. La costa non è più visibile e si misura la vastità di un oceano; gli strumenti di navigazione ci tengono in rotta e riponiamo in essi tutta la nostra fiducia – la nostra vita ne dipende – eppure siamo come sorpresi ed esultiamo quando vediamo la vetta di un’isola, la nostra meta, spuntare all’orizzonte proprio là dove avevamo calcolato che apparisse: ci fa quasi l’effetto di un miracolo; salvo ricordarci immediatamente che l’avvicinarsi della terraferma significa ulteriori pericoli, scogli affioranti, maree, frangenti. La storia della navigazione è in fondo una storia della diminuzione dei rischi a mezzo di rischi. Senza le generazioni di navigatori che hanno esplorato e scandagliato i grandi deserti d’acqua e le loro coste, procedendo spesso alla cieca, in condizioni avverse, con imbarcazioni a volte insufficienti, equipaggi ostili e scorbutici – letteralmente scorbutici – e strumenti imperfetti, non ci sarebbero le carte nautiche che hanno permesso ad altre generazioni di navigatori di solcare il mare in relativa sicurezza. Soprenderà molti, ma ci sono ancora oggi vaste aree non scandagliate, in cui la navigazione è sconsigliata.

Diversi libri recenti hanno raccontato la storia della cartografia (On the map di Simon Garfield, La storia del mondo in dodici mappe di Jerry Brotton) come una storia di carte geografiche, di oggetti o di rappresentazioni. Il viaggio del sestante di David Barrie narra invece il processo che si snoda a monte, non la mappa ma la produzione della mappa, la sua condizione necessaria, nell’epoca che precede l’elettronica a basso costo accessibile a tutti. Il libro procede alternando una descrizione dell’apprendistato dello stesso Barrie, che impara da un marinaio più anziano a utilizzare il sestante durante una traversata atlantica a vela nel 1973, alla narrazione delle gesta più o meno fortunate di una dozzina di grandi navigatori – prevalentemente nei mari australi – fino all’avvento della navigazione satellitare.

Il sestante è un misuratore di angoli. Permette di determinare l’altezza o elevazione di un astro sull’orizzonte, o la distanza angolare tra due riferimenti a terra o in mare. Spostando il braccio con lo specchio mobile si fa collimare la parte inferiore dell’immagine del sole o di un astro con l’immagine dell’orizzonte. A questo punto si legge una misura sulla scala graduata e si ottiene l’altezza dell’astro nel cielo. La misura viene corredata di ora e data, e paragonata con le effemeridi dell’oggetto celeste traguardato, per ricavare la posizione del punto di osservazione, utilizzando dei procedimenti matematici (in un primo tempo, la determinazione dell’angolo orario locale, e a partire dal terzo quarto del 1800 la tecnica di Saint-Hilaire). La forza del sestante, la sua innovazione, è nel riunire in un’unica immagine e nel far coincidere i due riferimenti, grazie a un semplice gioco di specchi e di filtri (un principio descritto per la prima volta da Newton), e di svincolare quindi la misura dai movimenti erratici del natante.

A partire dalla metà del ‘700 le navi delle marine britannica e francese vennero equipaggiate di sestanti al duplice scopo di permettere ai comandanti di seguire una rotta in acque note e di localizzare nel modo più preciso possibile le caratteristiche dei mari via via esplorati. Il sestante serve a viaggiare, ma per servire deve viaggiare. Cook e La Pérouse portano a bordo scienziati e artisti nelle loro spedizioni su navi che fanno acqua (pare che tutte le navi facessero acqua a quei tempi; sgottare era un compito quotidiano). Naufragano, salvano le imbarcazioni, e finiscono poi con il perire in modo tragico. Vancouver cartografa l’intera costa del Pacifico del nordamerica e le Hawaii ma il suo equipaggio include rampolli altolocati in viaggio di formazione che gli danno del filo da torcere e gli rendono la vita miserabile al ritorno in patria. Scampato a un naufragio spaventoso, Flinders non vede poi per anni la moglie perché il governatore dell’isola Mauritius, dove ripara, lo trova maleducato. E via dicendo.

Se pensiamo ai rischi della navigazione, ci viene probabilmente in mente un mare in tempesta. Ma un veliero – non assistito da un motore – che naviga sottocosta è esposto a rischi enormi. Una calma di vento mette la barca in balia delle onde e delle correnti, che finiranno con il portarla a riva e distruggerla. Le descrizioni più terrificanti dai giornali di bordo sono quelle in cui i comandanti narrano l’inevitabile naufragio sulla barriera corallina, non durante le tempeste, ma in tranquille giornate di sole. Scandagliano, e le profondità sono sempre insufficienti per gettare l’ancora. Issano tutte le vele sperando in un refolo che renda la barca appena manovriera. Mettono le scialuppe in acqua per rimorchiare la nave al largo, ma c’è un limite alle forze dell’equipaggio. Che cosa salvare se si è costretti ad abbandonare la nave? Il sestante – per recuperare il quale Fletcher Christian (Marlon Brando), ne Gli ammutinati del Bounty, perde la vita.

Con il portare l’accento sul sestante Barrie rimette in prospettiva il magnifico ma forse troppo decantato cronometro marino di Harrison (il protagonista del best seller di Dava Sobel, Longitudine). I cronometri permettono sulla carta di determinare la longitudine tenendo traccia dell’ora del luogo di partenza: la differenza tra il mezzogiorno locale e l’ora registrata dall’orologio si traduce immediatamente in una differenza di gradi di longitudine. Questa semplificazione spiega le aspre battaglie tecnologiche e commerciali per perfezionare ed imporre il cronometro. Nella realtà, i navigatori hanno comunque utilizzato per un paio di secoli la navigazione astronomica come base, e l’orologio come complemento – spesso per paragoni su brevi tratte, e sempre con un occhio alla correzione astronomica dell’errore meccanico.

Forse Barrie avrebbe potuto spendere due pagine di più per spiegare più nel dettaglio con un paio di esempi il funzionamento del sestante e le tecniche di determinazione della posizione. Se mi trovo al Polo Nord, la Stella Polare sarà al mio zenit. Se vedo la Polare all’orizzonte, significa che mi trovo da qualche parte all’equatore, ovvero su un cerchio. In generale, una data elevazione di una stella sull’orizzonte corrisponde a un cerchio sulla superficie terrestre – maggiore l’elevazione, minore il raggio del cerchio. Scegliendo adeguatamente le stelle, si possono determinare più cerchi in base alla loro elevazione, nella cui intersezione si trova l’osservatore. Anche se l’applicazione del principio è complessa e si devono fare molte correzioni procedendo per approssimazioni successive, l’idea di fondo è veramente semplice ed elegante.

Barrie chiude il suo libro su note nostalgiche. Ha ragione? Qual è il destino della navigazione astronomica? Come specie umana abbiamo tre grandi metodi, non esclusivi, per orientarci, in parte orientati dai nostri antenati biologici. Il primo consiste nel far lavorare il nostro cervello in modo automatico – percezione e memoria, unite a un sistema di rappresentazione dei luoghi, creano da sole delle mappe mentali dei luoghi visitati, mappe interne, che funzionano bene a piccola scala. Il secondo consiste nel creare rappresentazioni esterne, cartine geografiche, e metodi di calcolo basati sulle uniformità astronomiche. Il terzo metodo richiede una modificazione dell’ambiente: lasciare tracce del nostro passaggio, o disporre una segnaletica che ci dice dove siamo e dove andiamo. La navigazione satellitare è l’esempio principe del terzo metodo: è possibile proprio perché è stato modificato in modo massiccio l’ambiente (elettromagnetico) che ci circonda, con la creazione di un sistema di punti di riferimento artificiali. Il secondo metodo richiede un intervento del primo: fare il punto significa capire dove siamo non solo sulla carta, ma nell’ambiente che ci circonda; le carte vanno orientate, dobbiamo capire dove siamo per capire dove andiamo. La combinazione di orientamento biologico e rappresentazioni pubbliche ci situa, ma la cognizione situata è assunzione di responsabilità, è un mettere in gioco la prima persona. Nell’ambiente modificato del gps la delega cognitiva è invece completa e possiamo limitarci a seguire le indicazioni che ci detta una voce artificiale. Non abbiamo bisogno di sapere dove siamo per sapere dove andiamo.

David Barrie, Il viaggio del sestante. Milano, Rizzoli, 370 pp., Euro 19,50.

I valori sacri del terrorismo

La ricerca in scienze sociali e scienze cognitive ha studiato, seppur in maniera frammentaria, le componenti motivazionali dei “combattenti stranieri”, ovvero dei giovani occidentali che hanno ingrossato i ranghi della jihad siriana. (Una stima parla di quindicimila individui dal 2011 a oggi.) Il lavoro del gruppo di Scott Atran, svolto in parte sotto l’egida del Centro per la soluzione dei conflitti intrattabili dell’Università di Oxford, ha prodotto diversi studi e alcuni rapporti pubblici che meriterebbero l’attenzione della stampa e delle autorità. La loro ricerca – basata su interviste online, studi sul campo, e analisi storiche – mostra che i volontari dell’ISIS sono tipicamente giovani adulti “alla ricerca di se stessi”, immigranti, studenti, spesso alla fine di una relazione sentimentale, e in cerca di nuovi amici. “La maggior parte non ha un’educazione religiosa tradizionale e si è convertita a una vocazione religiosa in seguito all’attrattiva di una jihad militante”. Il canale di contatto è costituito per il 70-75% da amici e per il 15-20% dalla famiglia (le stesse percentuali che erano state rilevate per Al Qaeda una decade fa). Uno dei dati più inquietanti è il sostegno dell’opinione pubblica francese per ISIS (http://www.icmunlimited.com/data/media/pdf/New-EU-Comb.pdf) messo in evidenza nel luglio 2014; un quarto dei giovani tra i 18 e i 24 anni, e il 16% degli interrogati, a fronte di una popolazione mussulmana intorno al 7%.

Ci sarebbero delle ondate di volontari, i primi attratti dagli aspetti umanitari – soccorso al genocidio dei sunniti ad opera del governo di Assad – gli ultimi, provenienti soprattutto dall’Europa e dal Nordafrica, più legati alla narrazione del “Califfato”. A un’iniziale componente motivazionale “avventurosa” si è sommata l’esperienza del combattimento che avrebbe cementato i legami tra i combattenti, sotto l’egida messianica di Al-Baghdadi. Le conclusioni del rapporto sono importanti: “Nel nostro mondo preferito, un mondo di democrazia, di tolleranza, di diversità e di giustizia distributiva, la violenza, e in particolare le forme estreme di omicidio di massa, sono in genere considerate come espressioni patologiche e malvagie di una natura umana fuori controllo, e i danni collaterali sono trattati come una conseguenza non intenzionale di intenzioni buone. Ma nel corso della maggior parte della storia e delle culture umane la violenza contro gli altri gruppi viene dichiarata universalmente da chi la compie come una questione sublime di virtù morale. Se la violenza non venisse dichiarata una virtù, sarebbe difficile mettere in atto l’assassinio di persone che non hanno fatto male a nessuno”. L’attrattiva della favola di una violenza giusta e necessaria contro degli innocenti in nome di un valore supremo obbliga a riconsiderare i modelli del comportamento umano: la strumentalità razionale, la ponderazione dei costi benefici non interessa ai combattenti; sono “Attori Devoti” che mostrano una doppia dedizione, ai loro compagni di lotta certo (un tema, questo che Atran ha sviluppato nella sua ricerca sui terroristi suicidi), ma in primis alla causa “sacra”. Questo significa due cose: gli incentivi – positivi o negativi – non sembrano servire; i combattenti sono disposti a sopportare ristrettezze e danni immensi, e la storia mostra come la motivazione ideale abbia permesso a piccoli minoritari di resistere a eserciti molto più grandi. In secondo luogo, le azioni che gli Attori Devoti compiono non sono prevedibili in termini di semplici costi e benefici; in particolare, tenderanno ad essere spesso fuori scala, esagerate, perché commisurate a ideali estremi.

“The Devoted Actor, Sacred Values, and Willingness to Fight: Preliminary Studies with ISIL Volunteers and Kurdish Frontline Fighters,” Recent and ongoing research in conjunction with the U.S. Dept. of Defense MINERVA Initiative Presented to the Strategic Multilayer Assessment of ISIL in Support to SOCCNET, Nov. 2014. by Scott Atran with Lydia Wilson, Richard Davis, Hammad Sheikh

http://sitemaker.umich.edu/satran/government_testimony_and_reports

Stéréotypes et science, mon chéri

Hommes et femmes dans représentation de la science
Hommes et femmes dans représentation de la science

 

(Une lettre envoyée au site de Science et Vie Junior)

Paris, ce 15/05/2015

Monsier le Directeur,

J’ai acheté en aéroport le mois dernier le numéro d’avril 2015 de Science et Vie Junior pour ma fille ainée, en vue d’un voyage long courrier. Je vous félicite pour le richesse des contenus et le style très captivant et informatif. Père de deux filles (en CM1 et CM2) très intéressées aux sciences, je ne peux que saluer votre engagement pour la reconnaissance du travail scientifique des femmes, et j’ai ainsi particulièrement apprécié l’encadré sur Rosalind Franklin p. 55.

Cela dit, je me permets de vous signaler qu’on pourrait faire davantage pour promouvoir la cause des femmes dans la science, sans grands efforts, juste en soignant quelques détails à la marge.

Par exemple, les dessins humoristiques qui illustrent l’article sur les insectes géants (pp. 67, 68, 69) se conforment au stéréotype du scientifique mâle (en blouse blanche+lunettes/barbichette), accompagné d’une secrétaire rousse aux épaules découvertes (pp. 67, 68).

L’article sur le labo dans la poche (p. 84 et suivantes) est peuplé d’images de garçons (le geek étant une espèce monosexe, apparemment?).

La troisième de couverture (p. 99) est assez parlante, la BD se termine sur l’image de la femme (pantoufles, tablier) du scientifique (mâle, blouse blanche, lunettes) qui reçoit celui-ci à la maison, en débitant des carottes : « Ca a été ta journée, mon chéri ? » – «Ouais, tranquillou, on a cherché l’origine de l’univers ».

Quoi dire, finalement, de la première de couverture, qui reprend les pp. 78-79 : apparemment seulement une jeune rousse (ongles vernis, épaules découvertes) méritait de personnifier l’idiotie de croire aux fantômes dans son selfy.

Je trouve un peu dommage que les dessinateurs ne soient pas un peu plus créatifs. En, fait, je trouve dommage qu’ils ne soient pas créatifs du tout ! En même temps, comme il s’agit de très petits détails qu’il est assez facile de corriger, j’espère voir quelques retouches dans les prochains numéros.

Bien cordialement à vous

Roberto Casati, Paris

Il televisore ti osserva

La cronaca nera e i gialli spionistici hanno divulgato la meravigliosa parola “cimice”: un microfono miniaturizzato nascosto nella tappezzeria o in un cassetto che captava le conversazioni di dissidenti, criminali, funzionari, politici. Nell’Oscar di von Donnersmarck La vita degli altri veniva mostrato il complesso lavoro necessario per imbottire di cimici la casa di uno scrittore non amato dal partito comunista nella DDR. Il caso recente che ha implicato la smart TV di Samsung illustra un futuro-presente non popolato ma sovrappopolato di cimici ambientali. Di fatto queste sono già presenti nel vostro computer e adesso nelle nuove televisioni, e aspettano solo di venir attivate. Non parlo dei cookies che registrano da una dozzina di anni il vostro comportamento digitale più “classico”, elenco dei siti visitati, metadati vari: anche i microfoni e le videocamere sono di fatto a un passo dall’essere completamente sottratti al vostro controllo personale. Samsung è stata messa sotto accusa dalla stampa internazionale per via di una clausola a dir poco esilarante della sua privacy policy. Il contesto tecnologico è semplice. Perché continuare a usare il telecomando? Sarebbe tanto più comodo parlare direttamente al televisore, no? “Basta Sanremo, passa a ReteQuattro”. Ma per poter parlare a un televisore, questo deve ascoltare. E per ascoltare deve possedere un microfono. E questo microfono deve trasmettere dati a un server che analizza il comando vocale e vi propone un contenuto. Scriveva dunque Samsung: “Per cortesia siate avvertiti del fatto che se le vostre parole includono informazioni personali o comunque sensibili, queste informazioni figureranno tra i dati captati e trasmessi a un ente terzo quando usate il Riconoscimento Vocale”. (“Please be aware that if your spoken words include personal or other sensitive information, that information will be among the data captured and transmitted to a third party through your use of Voice Recognition.”) Dopo la piccola tempesta mediatica sul blog ufficiale di Samsung trovate la nuova azzeccagarbugliesca formulazione della privacy policy, che lascio al vostro esame. Per i fini di questo articolo devo soltanto osservare che la tecnologia per captare in massa e bassissimo costo le conversazioni di casa c’è, che di fatto avete comprato un televisore abitato da una cimice, che non avete nessuna certezza, se non la parola del venditore, che questa non raccolga dati ambientali tra cui le conversazioni di casa, e che comunque non sembra proprio difficile risettare il sistema a vostra insaputa perché la raccolta dati si metta allegramente in moto.

La filosofia della tecnologia potrebbe discendere tutta da un semplicissimo assioma: una volta che una possibilità esiste, perché non usarla? Come mostra tutta la storia della tecnologia e dei suoi complessi intrecci con il potere, non è tanto il bisogno che aguzza l’ingegno, quanto l’occasione a far l’uomo ladro. Scendono i costi, si diffondono le soluzioni, e si trova sempre qualcuno che le piega ai propri fini, legittimi o meno, morali o meno. Con il senno di poi, è plausibile affermare che la sorveglianza fosse inquadrata in un sistema legale ben preciso e vincolante anche per via del suo costo: laddove i costi erano relativamente bassi (manovalanza spionistica e funzionariale ampiamente disponibile nell’ex-blocco sovietico) se ne era fatto un sistema. Nelle democrazie occidentali sorvegliare un sospetto richiedeva in genere una procedura – che partiva per l’appunto dall’individuazione di un sospetto: la sorveglianza era la conseguenza di una procedura legale preliminare. Sono i costi ormai marginali della sorveglianza di massa ad aver cambiato completamente questa configurazione: dato che è possibile raccogliere tutti i dati di tutti, e dato che li si può analizzare in modo sempre più sofisticato, si comincia per l’appunto con il raccoglierli, i dati, senza un’autorizzazione preliminare, o un sospetto fondato.

Il libro di Giovanni Ziccardi, docente di Informatica Giuridica all’Università degli Studi di Milano, offre un aggiornato panorama sullo stato delle discussioni sulla protezione dei dati personali e sulla libertà in rete. È un testo che ha il merito essenziale di sintetizzare in modo molto chiaro una vasta letteratura tecnica e giuridica, nonché le discussioni pubbliche che hanno visto impegnati attivisti, filosofi, giuristi e giornalisti negli ultimi anni, soprattutto a seguito del caso Snowden che viene puntualmente narrato nel libro. La tesi principale di Ziccardi è che la tecnologia è soltanto un elemento di una triade che include anche i comportamenti individuali e il legislatore. “I comportamenti… sono altrettanto importanti delle tecnologie” (p. 219). È la risposta corretta a chi pensa che il codice informatico sia la legge. Ziccardi esprime un certa preoccupazione per la relativa insensibilizzazione dell’opinione pubblica; il percorso personale che ciascuno di noi dovrebbe seguire “richiede un cambiamento radicale nell’approccio mentale per il semplice fatto che tutte le tecnologie che circondano l’utente oggi sono pensate per tracciare, non per dimenticare” (p. 222).

Tra i molti problemi che il libro affronta ci sono le difficoltà del legislatore di intervenire su una materia che per molti Stati democratici si configura come un vero e proprio conflitto di interessi – la tensione tra proteggere le libertà individuali, da un lato, e approfittare della sorveglianza di massa a basso costo dall’altro. Molto importante è anche la discussione del tema della segretezza; siamo in una società rovesciata in cui invece di governi trasparenti che rendono conto a cittadini inviolabili troviamo cittadini sorvegliati per default anche se non hanno fatto nulla, a fronte di governanti che decidono in modo discrezionale in sedi segrete sulla base di leggi segrete. Lucida, infine, la presentazione delle possibilità di “difendersi”, e le difficoltà di un fai-da-te informatico che non essendo sufficientemente competente creerebbe solo un’illusione di privatezza e di protezione dall’intrusione.

Manca forse nel libro un’attenzione alle condizioni che hanno permesso la situazione attuale – un elemento cruciale per capire come orientare le proprie decisioni e influenzare il legislatore perché venga in nostro soccorso. Se i comportamenti sono importanti, in che modo hanno reso possibile il diffondersi della sorveglianza di massa e la sua accettazione? Eben Moglen ha proposto quella che mi pare la migliore analisi del meccanismo di colonizzazione tecnologica. Ti viene proposta una piccola transazione che ha un’innegabile vantaggio: potrai passare da Sanremo a ReteQuattro semplicemente sussurrando al televisore, senza dover andare a cercare quell’introvabile telecomando. A questo punto ti viene fatta firmare una clausola di accettazione che in realtà installa una cimice nel tuo soggiorno, collegata a un server remoto. La transazione sembrava di poco conto, ma cambia i default del sistema. Da una dinamica puramente “transazionale” sei passato a una dinamica “ecologica”, che modifica completamente i parametri della tua situazione. È un pattern che si ripete di continuo: ti lasci geolocalizzare (transazione) perché questo permette a tua mamma di stare tranquilla, e così facendo diventi sospetto ogni volta che non sei geolocalizzato, e crei stigmatizzazione (ecologici) nei confronti di tutti quelli che non si lasciano geolocalizzare. Aggiorni di continuo il tuo stato su un social network (transazione: informi a basso costo i tuoi amici, soddisfi il tuo desiderio di apparire), e così facendo voti per chi sostiene che “la privacy è defunta” (ecologia). Scegli un programma di posta elettronica come gmail che ti libera dallo spam (transazione) e accetti che lo stesso programma “analizzi” tutta la tua corrispondenza (ecologia). Si deve mettere la centro della discussione pubblica la categoria dello scivolone surrettizio dalle transazioni anodine alle modificazioni ecologiche irreversibili dei default del sistema; il legislatore deve impadronirsi di questa categoria e, per esempio, lavorare in modo assiduo perché i default siano tutti a favore dei consumatori-cittadini.

global.samsungtomorrow.com/samsung-smart-tvs-do-not-monitor-living-room-conversations/

Giovanni Ziccardi. Internet, controllo e libertà. Trasparenza, sorveglianza e segreto nell’era tecnologica. Milano: Raffaello Cortina. 252 pp. 24 Euro.

Blasfemia e laicità

Ecco un vademecum concettuale minimo per discutere sulla questione della blasfemia in una società laica.

In primo luogo, attenzione agli “argomenti-ma”, denunciati da più parti, in particolare da Salman Rushdie, nonché dai redattori nell’editoriale del primo numero di Charlie Hebdo dopo gli attentati. “Io non sono razzista, ma…”, “Sono d’accordo sulla libertà di stampa, ma…”, “Non ho niente contro i mussulmani, ma…”. Tipicamente gli argomenti-ma vengono presentati come espressione di una leggera sfumatura di dissenso rispetto a una tesi che si suppone condivisa, quando in realtà sottintendono il contrario della tesi.

Veicolo o contenuto? Chi difende la libertà di espressione difende un veicolo, l’esistenza di organi di espressione, indipendentemente dalla difesa del suo contenuto. Chi sottoscrive “JeSuisCharlie” può aderire a quanto Charlie Hebdo pubblica, o vuole invece soltanto dire che è d’accordo che Charlie Hebdo pubblichi qualsiasi cosa intenda pubblicare, anche se poi non aderisce ad alcuni o a nessuno dei contenuti pubblicati. Uno potrebbe dire senza contraddirsi “JeNeSuisPasCharlie, quindi JeSuisCharlie”, non sono d’accordo con i tuoi contenuti, ma proprio per questo accetto il principio superiore della libertà della loro espressione.

Se poi si vuole discutere di contenuti e non soltanto del veicolo, si devono tenere presenti ancora altri aspetti.

Blasfemia o incitazione all’odio (razziale o religioso)? Irridere un certo X, considerato come sacro dal gruppo Y, è cosa diversa dall’irridere gli Y, dal dire che gli Y sono esecrabili in quanto credono in X; o che gli Y vanno sanzionati – privati di diritti, espulsi, sterminati, ecc. – in quanto credono in X. Se si irride l’X considerato come sacro dagli Y non si prendono di mira esplicitamente gli Y che credono in X. L’incitazione all’odio ha forme e espressioni diverse dalla blasfemia, che vengono giustamente sanzionate.

Offesa o danno? La legge francese non prevede il reato di blasfemia; negli Stati Uniti sarebbe inconstituzionale perseguire un blasfemo. In Italia la blasfemia è un illecito amministrativo; in Pakistan è punibile con la pena di morte. A fondamento della visione laica, che non considera sanzionabile la blasfemia, c’è un’idea di John Stuart Mill secondo il quale si deve distinguere tra offesa e danno. La blasfemia può anche offendere una persona, ma non può arrecarle alcun torto. Se viene impedito agli Y l’accesso a un luogo di culto, o se gli Y vengono calunniati, viene arrecato loro un torto, ma se viene irriso un X considerato sacro dagli Y, non viene arrecato alcun danno agli Y. Il danno deve essere quantificabile, mentre la nozione di offesa è eminentemente soggettiva e sostanzialmente imponderabile.

Desacralizzazione offensiva o sacralizzazione offensiva? A questo proposito, vorrei spendere una parola su una sottile asimmetria che sembra far parte del discorso comune e di quello dei media. Viene dato per scontato che vi sia un solo tipo di offesa in gioco, quella di chi crede nella sacralità di X, quando X viene dissacrato. Sarebbero i solo credenti (di qualsiasi religione) ad albergare sentimenti che verrebbero offesi da certi comportamenti o immagini dissacranti. Ma dovrebbe venir tenuto presente che anche i non-credenti hanno tutti i diritti di sentirsi offesi dalla sacralizzazione di comportamenti o immagini, ovvero dal fenomeno inverso. Non c’è nessuna ragione di accettare l’asimmetria, ovvero di pensare che un non-credente non possa e non debba sentirsi offeso dall’ostentazione di un simbolo religioso in un luogo pubblico. Se la questione della blasfemia è, come dovrebbe essere, una questione di sensibilità alle offese, allora tutte le sensibilità devono venir prese in considerazione, anche quella dei non-credenti. Per restaurare la simmetria abbiamo dunque bisogno di un concetto di “offesa ideologica” che include come sottoconcetto sia la blasfemia sia la sacralizzazione offensiva. Chiunque volesse sanzionare la dissacrazione offensiva, dovrebbe però anche accettare una sanzione nei confronti della sacralizzazione offensiva.

I nomi digitali dei luoghi

I luoghi hanno dei nomi: Lombardia, Oceano Pacifico, Case Rotte, Lubiana, Via del Campo. Sono nomi che nel contesto in cui vengono utilizzati sono memorabili. Alcuni sono nomi quasi iconici. Place de la Concorde ci parla di Parigi, via Veneto di Roma, Times Square di New York e via dicendo. Alcuni sono nomi di oggetti (in senso lato) situati nei luoghi in questione, e a volte segnalano antiche proprietà o relazioni: Il Mulino del Guercio, Case Manetti, Lago di Costanza. Si potrebbe scrivere un libro intero sul perché i luoghi hanno questo tipo di nomi, sulla storia e l’evoluzione dei toponimi, ma resta il fatto che ci è utile dare un nome ai luoghi, non tanto per orientarci, quanto per comunicare informazioni riguardo ai luoghi che ci interessano, e che in questa pratica comunicativa il contesto ci aiuta a trovare un luogo in base al suo nome. Ci sono una Via Verdi a Milano e una Via Verdi a Roma, ma se siete a Milano e chiedete di Via Verdi non avete bisogno di specificare che non è la Via Verdi di Roma che state cercando.

Se andate a guardare su un software cartografico Douala in Cameroon, noterete che la rete delle strade è vastissima ma i toponimi sono rari. Un gruppo di artisti aveva addirittura creato, alcuni anni fa, un progetto per installare in alcuni punti strategici delle sculture urbane che richiamassero lo spirito del luogo (L’incidente del camion ribaltato) e facilitassero la vita agli abitanti – in particolare ai tassisti – in mancanza di indirizzi precisi.

Naturalmente possiamo anche usare il sistema di coordinate (latitudine e longitudine), che identificano in maniera inequivocabile i nomi dei luoghi. Lo facciamo da secoli, ci permettono di mettere la terra in relazione con il cielo e di trovare grazie al cielo la nostra rotta. Su di essi si basa tutta la geografia che oggi utilizziamo. Richiede, certo, un po’ di apprendimento, e forse la scuola potrebbe investire di più non soltanto sulla trasmissione delle nozioni di base, ma fornire un vero e proprio modulo educativo sulla navigazione (come si fa il punto, come si traccia una rotta). Credo che siano in pochi a conoscere le coordinate anche solo approssimative del loro indirizzo, e pochissimi le coordinate arrotondate ai decimi di primo. È certo un peccato che la maggior parte delle cartine di uso comune – le carte turistiche di una città, per esempio – non si peritino di trascrivere le coordinate ai margini della mappa.

Anche il GPS – che pure vive di coordinate, le macina in continuazione – ha delle interfacce utente tutto sommato parche sotto questo aspetto. I primi modelli davano soltanto le coordinate; gli ultimi mostrano per default delle cartine senza alcuna indicazione di latitudine e longitudine. Per facilitare la leggibilità, certo – e per la percezione di una sostanziale inutilità di questa informazione.
In fondo che ci importa di sapere che siamo a 47°30,25’N e 4°12,25′ E (e tra l’altro, chi saprebbe dire dove si trova questo punto?). La tendenza è talmente inarrestabile che esistono oggi app che propongono di sostituire le coordinate con un sistema di geocodifica “intuitivo”. Dividendo la superficie terrestre in un insieme di quadrati di tre metri di lato e attribuendo a ciascun luogo una terna di nomi (come “cheaper.notice.booster”) si sarebbe risolto il problema di dire al proprio coniuge dove si è parcheggiata l’auto (in Via Veneto a Roma). Il giochino è simpatico anche se si vede immediatamente dove va a parare; sono infatti già in vendita nomi accorciati per i luoghi che ci piacciono, e a un paio di dollari l’anno i 57.000 miliardi di luoghi catalogati dalla app possono in effetti costituire una ragione di comprare le azioni della ditta che la reclamizza – anche se la maggior parte di essi si trova nel mare, ce ne sono abbastanza sulla terraferma da far sognare gli investitori. Penso che il successo della app sia assicurato.

Ma i luoghi vanno rispettati. La loro struttura è fatta di contatti, di distanze, di forme, di relazioni parti/tutto: è una struttura in primo luogo matematica che ogni sistema di rappresentazione rispettabile cerca di catturare. Questa struttura non appartiene a nessuno e quindi è disponile per tutti, è democratica, robusta e affidabile proprio perché è controllabile. Demandare a una app la richiesta di localizzazione significa rinunciare a capire dove siamo. E demandare è demandare, ovvero accettare di perdere il controllo sull’attività che stiamo svolgendo. Mi fido del GPS perché ho un’idea di come funziona e del tipo di investimento che hanno fatto diversi governi e la comunità scientifica internazionale per metterlo a punto. Controllo il sistema di latitudine e longitudine perché nessuno lo possiede e tutti possiamo verificarlo: ha una sintassi matematica.

E se si usa il linguaggio ordinario come vettore di un’informazione geografica si pone il problema dell’ortografia. È vero, Marco potrebbe dire di aver trovato Londra bella e London triste, non sapendo che si tratta della stessa città. È anche vero che se voglio usare dei nomi per parlare di un luogo, è meglio che lo faccia nella mia lingua, tanto per evitare dei refusi, o anche solo per minimizzare l’impatto di questi, dato che errori uno ne fa pure nella propria ortografia. L’app che sto descrivendo propone molte lingue, tanto per non limitarsi al mercato inglese. Questo da un lato finirà con il ghettizzare la geografia, dato che sono le comunità a decidere che lingua usare per descrivere i luoghi su cui vale la pena di comunicare; all’estremo opposto creerà invece dei doppioni o peggio: già adesso la Statua della Libertà è a un indirizzo che in inglese si chiama planet.inches.most e in francese défiler.fusil.revisser. (In tutte le lingue del mondo la Statua della libertà si trova a 40°41′21″N o 74°2′40″W.)

Viene infine da chiedersi – delega par delega – perché non proporre addirittura un sistema di localizzazione soltanto manuale, senza passare per l’intermediario del nome del luogo. I sistemi di sicurezza sulle imbarcazioni da diporto propongono già di segnalare la propria posizione premendo un bottone in caso di emergenza (per esempio, c’è un pulsante per l’uomo in mare, man over board o MOB, che memorizza e segnala il luogo di un incidente.) Non c’è bisogno di dire nulla, di memorizzare nulla.

Forse gli sviluppatori del sistema a tre nomi vogliono fare leva sul desiderio affascinante di possedere un luogo possedendo il suo nome? Vedo comunque un vantaggio possibile della app: solleticare la curiosità per la geocodifica; renderci coscienti del fatto che i luoghi sono stati catalogati. E farci desiderare di capire quale sia la struttura matematica soggiacente al gran catalogo del mondo.

what3words.com

http://www.latlong.net/Show-Latitude-Longitude.html

Sappiamo ragionare sulla probabilità?

Pierluigi Contucci, sulla Domenica del 5 ottobre 2014, incita a introdurre o rinforzare l’insegnamento della teoria e del calcolo delle probabilità nei programmi scolastici. Io rincarerei la dose e vedrei l’insegnamento del calcolo delle probabilità come una componente di un più vasto progetto, che mira ad insegnare la statistica descrittiva e inferenziale. È importante sapere che il banco magari non vince sempre ma guadagnerà comunque sul lungo periodo – e che, corrispettivamente, giocare al lotto è una perdita più certa di qualsiasi altro esborso vogliate accollarvi, un “investimento” che non accettereste da nessun promotore finanziario. Ma è importante anche saper leggere il risultato di un sondaggio, destreggiarsi con gli indici di fiducia e i margini di errore, capire se sono state prese tutte le precauzioni per raccogliere i dati – capire se il risoltato del sondaggio è significativo, dice veramente qualcosa, o se invece non è interpretabile, o dipende dal caso (qui rientra la teoria della probabilità) o da scelte tendenziose. Se ci lasciamo alle spalle un Italia agricola che aveva bisogno di agrimensori e della trigonometria, siamo entrati nel secolo dei big data e della statistica, e l’istruzione dovrebbe prenderne atto.

Non si impara quasi nulla da zero. Considerate il caso della moltiplicazione. Con carta e penna sapete trovare in pochi secondi il risultato di 231 per 67, ma non c’è un sistema cognitivo che vi indichi la soluzione esatta a un semplice sguardo. Potete al limite con un po’ di fatica calcolare a mente il risultato, ma come con carta-e-penna quello che sapete fare dipende da una robusta dose di insegnamento formale; per esempio avete dovuto imparare a memoria le tabelline (non c’è scampo, altrimenti quando arrivate ai moltiplicandi parziali 7 per 3 dovreste sommare sette più sette più sette). Ciò detto, una qualche intuizione, molto approssimativa, del risultato ce l’avete comunque. “Sentite” che è un numero abbastanza grande. Avete anche altre intuizioni, documentate dalla letteratura nelle scienze cognitive, riguardo ai numeri. Per i piccoli numeri conoscete senza doverlo calcolare il risultato di somme come uno più uno o uno più due – e lo sapete fin da piccolissimi, come viene messo in evidenza dagli studi su bambini di pochi mesi di vita che vengono sorpresi da configurazioni di oggetti che danno le risposte sbagliate a queste addizioni. Per i numeri meno piccoli siete in grado quantomeno di confrontare delle quantità: “vedete” che cento pallini alla rinfusa sono meno di centocinquanta, anche se questa “visione” è un po’ miope (non riuscite a vedere se cento pallini sono più o meno di centodue). Questa protoaritmetica è essenziale all’apprendimento: l’insegnamento dei numerali, secondo autori come Elizabeth Spelke, traghetta la precisione intuitiva dei piccoli numeri nel campo dei numeri più grandi.

E per la probabilità? È vero, come dice Contucci, che non siamo molto attrezzati. Le persone calcolano con difficoltà, aiutate da un apprendimento formale, che la probabilità di una congiunzione è il prodotto della probabilità dei congiunti (a certe condizioni). Errori di giudizio e distorsioni cognitive non mancano. Al tempo stesso, non siamo nemmeno completamente sguarniti di intuizioni probabilistiche corrette, sulle quali sarebbe opportuno far leva nell’istruzione. I bambini che non hanno ancora imparato a parlare sono sorpresi in condizioni sperimentali in cui si verificano eventi improbabili come l’uscita dell’unico pallino nero da un’urna che, oltre a quello, contiene anche tre pallini rossi. E questo zoccolo duro di intuizioni probabilistiche viene confermato da ricerche su adulti che non sono stati esposti a un’istruzione formale. In uno studio recente di Laura Fontanari e colleghi, in corso di pubblicazione su PNAS, sono state indagate le capacità di adulti e bambini di due popolazioni Maya del Guatemala, i Kaqchikel e i K’iche’, rispetto a individui di controllo italiani. Uno degli studi può venir descritto abbastanza facilmente. Si mostrano due griglie, una con quarantotto pallini rossi, e una con quarantotto pallini neri. Da quale delle due conviene estrarre un pallino sapendo che se ne estraiamo uno rosso vinciamo un premio? La risposta è unanime per tutti e quattro i gruppi. Se adesso si confrontano una griglia di soli pallini rossi e una in cui solo un pallino su quattro è rosso, compaiono degli errori nella risposta, ma i quattro gruppi sono abbastanza allineati, e sia i bambini Maya che gli italiani rispondono correttamente nell’80% dei casi. Altri tipi di scelta danno risultati analoghi, anche tenendo conto delle proporzioni per entrambe le griglie: abbiamo tutti un’idea di cosa è più conveniente scegliere se vogliamo massimizzare la probabilità di un certo risultato (e vincere un premio).

Sono intuizioni precise? No. Si tratta di approssimazioni, un po’ come quelle che in aritmetica intuitiva ci permettono di vedere la differenza tra cento e centocinquanta pallini, ma non tra cento e centodue. Se vogliamo essere precisi, e risolvere problemi probabilistici con dati più sfuocati, dobbiamo calcolare, e per questo l’istruzione è insostitutibile.

Laura Fontanari, Michel Gonzalez, Giorgio Vallortigara, Vittorio Girotto, 2014, Probabilistic cognition in two Maya indigenous groups. Proceedings of the National Academy of the Sciences. Doi: 10.1073/pnas.1410583111