Il dispiacere che provano i laici interessati alla pacifica e costruttiva convivenza con il mondo cattolico, senza radicalizzazioni ma senza rinunce alla specificità morale della posizione laica, di fronte ai recenti pronunciamenti delle gerarchie ecclesiastiche su temi attinenti alla famiglia e ai diritti dei conviventi, viene dal fatto che non sembra più possibile affrontare una discussione in cui si entri nel merito della questione. Questo è spiacevole non solo in quanto ritarda la soluzione dei problemi che una società complessa deve affrontare, una soluzione che tutti auspicano venga presa nel confronto rispettoso tra concezioni diverse del modo in cui condurre la vita, ma anche perché radicalizza automaticamente il dibattito, dato che impedisce di sondare le ragioni e di affrontarle.
Tuttavia è lecito sperare che una maggiore attenzione ai temi forti della convivenza – andando dritti al merito, quindi – possa rivelarne aspetti morali importanti che, penso, stiano a cuore anche al mondo cattolico; rivelando un terreno di intesa basato sul riconoscimento di un comun denominatore di convivenza e famiglia. Questi aspetti riguardano non tanto i “desideri” di cui spesso si dice che non devono automaticamente diventare “diritti”, quando le inerenti difficoltà e asperità della convivenza, che assieme ai desideri possono informare la concezione dei diritti ad essa associati, al di là di ogni automatismo. Convivere, vivere assieme, può essere considerato normale per gli umani (anche se certo nessuno può immaginare di considerare aberrante la scelta della solitudine). Ma questa normalità non si declina in modo deterministico, e men che meno come scoperta di un’armonia prestabilita, quasi che i conviventi siano tessere di un puzzle che combaciano perfettamente.
La convivenza è invece nella norma il risultato di un negoziato continuo e creativo, in cui giorno per giorno vengono prese decisioni su chi aiuta chi, sui tempi concessi a ciascuno di restare solo, in cui si cambia se stessi anche in funzione del fatto che si vive assieme e si decide di accettare di cambiare, in cui si affrontano crisi improvvise o latenti e si apprende a superarle, in cui si impara a presentarsi al resto della società non più come atomi, ma come parte di un’unità più grande – decidendo di esprimersi a titolo non personale; in cui nel costruire progetti che coinvolgono persone al di fuori della convivenza ci si assume responsabilità anche per il proprio convivente; in cui a volte si decide di assumersi la responsabilità per una vita nuova, sia generandola che accogliendola, e accettando i cambiamenti e le nuove geometrie che questo comporta – riguardo all’impiego del tempo, alle scelte professionali, a ulteriori difficili decisioni riguardo a chi e come si occupa dei figli, al superamento delle tensioni che questo può generare; riguardo infine a nuove e complesse assunzioni di responsabilità, che si estendono a coprire tutto l’arco della vita e del suo termine.
Questo percorso della convivenza, di cui solo alcuni aspetti sono stati qui evocati, è quanto fa della convivenza un’importantissimo fattore di costruzione sociale. Una convivenza che nasce, si crea ed evolve, è la costruzione di una molecola sociale; anche una convivenza che termina è stata un tale fattore e ha comunque offerto ai suoi membri un’esposizione alle complessità della vita sociale di cui sapranno far tesoro in futuro. Questo fattore educativo è naturalmente condiviso dalla famiglia nel senso tradizionale. Ora, il punto che mi sembra qualificante è che riconoscere dei diritti a chi si impegna in un percorso di convivenza significa null’altro che riconoscere la funzione sociale della convivenza, in particolare la funzione di educazione alla vita sociale. Soprattutto quando i diritti in questione sono un chiaro supporto alla funzione sociale della convivenza, in quanto permettono ai conviventi di espletare al meglio la funzione di cura che ciascuno spontaneamente riveste nei confronti dell’altro, e in quanto permettono di dare perennità agli effetti sociali della convivenza estendendone i benefici oltre il termine della vita di uno dei conviventi.
Negare questi diritti significa dare un segnale di sfiducia nella capacità delle persone a creare le molecole della società, a uscire dallo stato di atomi o monadi. Distribuirli in modo asimmetrico – richiedendo ai conviventi di soddisfare criteri come l’anzianità del loro rapporto, cosa che non viene richiesta a coppie sposate – è segnale altrettanto penalizzante. Negare il riconoscimento dei diritti a persone omosessuali che più di ogni altre rischiano di non poter esprimere tutte le potenzialità della partecipazione alla vita sociale impedisce di fatto di accoglierle nella società, e le consegna a un’aneddotica che giustifica puramente e semplicemente comportamenti di instabilità e di non impegno nella partecipazione alla costruzione sociale.
La convivenza e la famiglia non sono strutture deterministiche: il semplice metterle in cantiere non ne assicura la riuscita. Rafforzare l’una a scapito dell’altra non aiuta lo svilupparsi di una consapevolezza sociale, che è poi la consapevolezza di nozioni come quella di cura e di responsabilità, di perseveranza e di attenzione all’altro, di messa in sordina del proprio egoismo per imparare a parlare con una voce sola, quella del proprio nucleo, e presentarsi come tale di fronte al resto della società – nozioni che dovrebbe essere compito di ogni civiltà di rafforzare e incoraggiare.